Non solo metropoli e aree interne: dai territori di mezzo nasce un’altra idea di sviluppo
Si è conclusa la Scuola di Alta Formazione di Convergenze 2026: tre giorni di confronto tra istituzioni, fondazioni, mondo cooperativo, imprese, ricerca e finanza territoriale sul ruolo dell’economia sociale nello sviluppo di città medie, province e territori intermedi.
Bologna, 28 maggio - Si è conclusa la Scuola di Alta Formazione di Convergenze 2026, dedicata al tema “Economia sociale motore di sviluppo dei territori di mezzo”.
I territori di mezzo sono città medie, province, aree produttive, zone di pianura e territori intermedi che non coincidono né con le grandi città né con le aree interne. Rappresentano una parte decisiva del Paese, ma restano spesso fuori dalle principali traiettorie di investimento, innovazione e programmazione pubblica.
A partire da questa domanda si è aperta la Scuola di Alta Formazione di Convergenze 2026, dedicata al tema “Economia sociale motore di sviluppo dei territori di mezzo”.
I territori di mezzo sono città medie, province, aree produttive, zone di pianura e territori intermedi che non coincidono con le grandi città né con le aree interne. Rappresentano una parte decisiva del Paese, ma restano spesso fuori dalle principali traiettorie di investimento, innovazione e programmazione pubblica.
Per tre giorni, amministratori, dirigenti pubblici, fondazioni, banche di territorio, cooperative, imprese, ricercatori e attori dell’economia sociale si sono confrontati su una domanda centrale: come può l’economia sociale diventare motore di sviluppo per i territori di mezzo, contribuendo a renderli più abitabili, attrattivi e capaci di futuro?
Uno dei messaggi più forti emersi dalla Scuola è che l’economia sociale non può essere letta come un settore residuale, né come uno strumento riparativo chiamato a intervenire dove Stato e mercato non arrivano. Al contrario, può diventare una leva per ripensare il modo in cui si produce valore economico, sociale e ambientale, intervenendo sulle filiere, sulle economie fondamentali, sulle infrastrutture territoriali e sulle condizioni che rendono un territorio abitabile.
Alla Scuola sono intervenuti, tra gli altri, Angelo Salento, Professore di sociologia economica e del lavoro all’Università del Salento; Ianira Vassallo, Professoressa associata al Politecnico di Torino; Alessandro Coppola, Professore associato al Politecnico di Milano; Gaetano Giunta, Presidente della Fondazione Messina; Carola Carazzone, Vicepresidente di Philea e Segretaria Generale di Assifero; Elena Casolari, Amministratore Delegato di OPES Italia; Vincenzo Colla, Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con delega a Sviluppo economico e green economy, Energia, Formazione professionale, Università e ricerca; Paolo Cavini, Presidente CNA Emilia-Romagna; Rita Ghedini, Presidente Legacoop Bologna; Francesco Milza, Presidente Confcooperative Emilia-Romagna, insieme a rappresentanti della Regione Emilia-Romagna, delle fondazioni, del credito cooperativo, della cooperazione, delle imprese e degli enti territoriali.
“L’economia sociale non è un comparto laterale dell’economia, ma un modo diverso di pensare lo sviluppo: non solo redistribuire valore a valle, ma interrogarsi su come lo produciamo, per chi e con quali finalità. Nei territori di mezzo questa prospettiva può diventare una leva concreta per costruire nuove filiere, nuove istituzioni e nuove condizioni di abitabilità”, dichiara Francesca Battistoni, economista sociale e parte di Convergenze APS ETS.
Casa, cura, salute, lavoro, mobilità, energia, formazione, cultura e servizi non sono solo ambiti di welfare. Sono le condizioni che rendono possibile vivere, lavorare, restare e investire in un territorio. Quando si indeboliscono, anche i territori produttivi perdono attrattività, coesione e futuro.
Per questo l’abitabilità è stata al centro del confronto. I territori di mezzo hanno economie, competenze, reti, imprese, presidi sociali e patrimoni materiali e immateriali. Ma rischiano il declassamento se continuano a essere interpretati con categorie pensate solo per le metropoli o per le aree interne.
Servono quindi politiche capaci di riconoscerne le specificità, costruire alleanze territoriali più ampie e superare i confini amministrativi quando non coincidono più con la scala reale dei problemi.
Dal confronto con la Regione Emilia-Romagna è emersa la necessità di una programmazione integrata e multilivello. Strategie territoriali, fondi europei, politiche di coesione e strumenti regionali possono diventare occasioni importanti se riescono a far dialogare territori, strumenti e risorse, evitando logiche frammentate e interventi per silos.
Un altro nodo centrale riguarda il ruolo delle fondazioni, delle banche territoriali e della finanza di impatto. Per affrontare sfide complesse non basta finanziare singoli progetti. Serve passare da una logica di contributo a una logica di investimento paziente, capace di sostenere infrastrutture sociali, competenze, reti e processi di lungo periodo. Fondazioni e banche possono diventare non solo finanziatori, ma co-costruttori di ecosistemi territoriali.
La Scuola ha poi messo al centro il ruolo delle filiere come metodo di lavoro. Fare economia sociale non significa separare un’economia “buona” da un’economia “produttiva”, ma orientare lo sviluppo complessivo verso finalità di interesse generale. Questo significa costruire nuove connessioni tra cooperazione, piccola e media impresa, pubblica amministrazione, ricerca, credito, fondazioni e società civile, lavorando su ambiti concreti come comunità energetiche, abitare, cura, welfare culturale, educazione finanziaria, inclusione lavorativa e rigenerazione dei luoghi.
Nel confronto finale con le organizzazioni economiche e istituzionali è emersa la necessità di un salto culturale: l’economia sociale non è altruismo, né semplice solidarietà. È una componente strutturale dello sviluppo, capace di tenere insieme competitività, coesione, qualità del lavoro, presidio dei territori e innovazione.
Convergenze conferma così la propria funzione di spazio di pensiero, formazione e sperimentazione sulle politiche trasformative territoriali. Non una scuola intesa solo come luogo di apprendimento, ma una piattaforma in cui costruire domande pubbliche, mettere in relazione competenze diverse e individuare nuove direzioni di sviluppo.
Il lavoro proseguirà ora nella costruzione di programmi, alleanze e sperimentazioni concrete. Perché i territori di mezzo non siano più ciò che resta tra le grandi città e le aree interne, ma luoghi da cui immaginare un’altra economia: più radicata, più equa, più capace di futuro.
